Rigenerare significa intervenire su spazi ed edifici
La riqualificazione urbana è diventata una delle priorità delle politiche europee. Per capirlo basta osservare due fenomeni che stanno interessando molte città: da un lato eventi climatici sempre più estremi, dall’altro un patrimonio edilizio spesso vecchio, energivoro e costoso da mantenere. Piogge intense, ondate di calore, consumo di suolo e aumento dei costi energetici stanno mettendo sotto pressione quartieri, infrastrutture e servizi pubblici. Per questo un progetto di riqualificazione urbana non può più limitarsi al recupero estetico di uno spazio degradato, ma deve intervenire sulle prestazioni complessive della città. Significa ripensare insieme, edifici, mobilità, verde urbano, gestione delle acque, efficienza energetica e qualità degli spazi pubblici. In questo scenario si inserisce la nuova Direttiva EPBD IV, la cosiddetta Direttiva Case Green, che collega direttamente la trasformazione delle città alla riduzione dei consumi energetici e delle emissioni del patrimonio edilizio europeo.
Il problema: città impermeabili e patrimonio inefficiente
In Italia il consumo di suolo continua a crescere. Secondo ISPRA, si consumano circa 20 ettari al giorno: superfici che perdono capacità di assorbire acqua, mitigare il calore e ridurre gli allagamenti. A questo si aggiunge il problema energetico. Secondo la Commissione Europea, gli edifici assorbono circa il 40% dell’energia consumata nell’Unione. Per questo la riqualificazione urbana non può più essere separata dalla riqualificazione energetica dei fabbricati.
La Direttiva Case Green: una prospettiva di cambiamento
La Direttiva EPBD in vigore dal 28 maggio 2024, anche se non ancora recepita dal nostro Ordinamento, segna una traiettoria precisa. Secondo la normativa europea, gli edifici pubblici nuovi dovranno essere a emissioni zero dal 2028; dal 2030 lo stesso standard riguarderà tutte le nuove costruzioni. Per il patrimonio esistente, il punto sarà ridurre progressivamente i consumi medi e dare priorità agli immobili meno efficienti. In concreto, un progetto urbano dovrà partire anche da diagnosi energetiche, classi degli edifici, costi di gestione, impianti, isolamento e materiali.
Esempi concreti di intervento
Un parcheggio asfaltato può diventare una piazza drenante con alberature, sedute, illuminazione efficiente e raccolta delle acque piovane. Una scuola degli anni Settanta può essere riqualificata con cappotto, serramenti performanti, schermature solari, pompa di calore e cortile verde aperto al quartiere. Un ex capannone può diventare centro civico, coworking o spazio produttivo leggero, ma solo se l’intervento comprende involucro, impianti, accessibilità e gestione energetica. Un condominio in classe F o G può essere inserito in un piano di quartiere che unisca efficientamento, verde, percorsi pedonali e servizi di prossimità.
Il valore economico della riqualificazione
La Direttiva rende più evidente anche un tema patrimoniale: gli edifici inefficienti rischiano di perdere valore, diventare più costosi da gestire e meno attrattivi per vendita o locazione. La “svalutazione green” non riguarda solo il singolo immobile, ma intere porzioni di città. Un quartiere con edifici energivori, spazi pubblici degradati e assenza di verde fatica ad attrarre residenti, imprese e servizi. Al contrario, la riqualificazione coordinata aumenta qualità abitativa, sicurezza percepita, valore immobiliare e capacità del territorio di adattarsi al clima.
Dalla pianificazione all’intervento
Per trasformare questi principi in risultati concreti servono competenze tecniche capaci di integrare riqualificazione edilizia, efficientamento energetico e rigenerazione degli spazi esistenti. Ediltecnica può svolgere un ruolo concreto nella realizzazione di progetti di riqualificazione di edifici residenziali, pubblici e produttivi, intervenendo su involucro, impianti, adeguamento funzionale e miglioramento delle prestazioni energetiche. Dalla progettazione alla realizzazione, con l’obiettivo di ridurre i consumi, valorizzare il patrimonio esistente, limitare nuovo consumo di suolo e contribuire alla qualità complessiva del territorio. Nelle città metropolitane italiane vive il 36,2% della popolazione, secondo ISTAT: è qui che interventi coordinati di recupero e riqualificazione possono generare i maggiori benefici ambientali, economici e sociali.


